La noia | Alberto Moravia
Bompiani, 2025, ISBN: 978-8858799406, ebook

Il sentimento della noia nasce in me da quello dell'assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza.
noia la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne.
dall'oscura consapevolezza che tra me e le cose non ci fosse alcun rapporto
Ho già notato che la noia consiste principalmente nell'incomunicabilità.
La noia, che è mancanza di rapporti con le cose,
sperai di poter ristabilire una volta per tutte il rapporto con la realtà per mezzo dell'espressione artistica.
a sua noia, in altri termini, era la noia volgare, come la si intende normalmente, che non chiedeva di meglio che essere alleviata da sensazioni nuove e rare. E infatti mio padre aveva creduto nel mondo, almeno quello della geografia; mentre io non riuscivo a credere neppure in un bicchiere.
Ho già notato come la noia fosse in fondo mancanza di rapporti con le cose; in quei giorni, oltre che con le cose, mi parve che fosse anche mancanza di rapporti con me stesso. So che sono cose difficili a spiegarsi; mi limiterò ad alludervi con una metafora: durante le giornate che seguirono la mia decisione di abbandonare la pittura, io fui per me stesso qualche cosa di molto simile ad un individuo per varie ragioni insopportabile, che un viaggiatore trovi nel suo scompartimento all'inizio di un lungo viaggio. Lo scompartimento è di quelli all'antica, senza comunicazioni con gli altri scompartimenti; il treno non si fermerà che alla fine del viaggio; il viaggiatore è dunque costretto a stare con l'odioso compagno fino alla fine del percorso. In realtà e fuori di metafora, la noia, durante quegli anni, pur sotto la superficie del mio mestiere di pittore, aveva corroso a fondo la mia vita, non lasciandovi niente in piedi; così che, una volta abbandonata la pittura, io sentii che, senza accorgermene, mi ero trasformato in una specie di rottame o moncone informe. Ora, come ho detto, l'aspetto principale della noia era l'impossibilità pratica di stare con me stesso, la sola persona al mondo, d'altra parte, della quale non potevo disfarmi in alcun modo. Dunque, in quei giorni, una impazienza, straordinaria dominava la mia vita. Niente di quello che facevo mi piaceva ossia mi sembrava degno di essere fatto; d'altra parte, non sapevo immaginare niente che potesse piacermi, ossia che potesse occuparmi in maniera durevole. Non facevo che entrare e uscire dallo studio per qualsiasi futile pretesto che davo a me stesso, appunto, per non restarci: comprare sigarette di cui non avevo bisogno, prendere un caffè di cui non avevo voglia, acquistare un giornale che non mi interessava, visitare una mostra di pittura per la quale non provavo la minima curiosità, e così via.
Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa. Qualsiasi cosa volessi fare mi si presentava accoppiata come un fratello siamese al suo fratello, al suo contrario che, parimenti, non volevo fare. Dunque, io sentivo che non volevo vedere gente ma neppure rimanere solo; che non volevo restare in casa ma neppure uscire; che non volevo viaggiare ma neppure continuare a vivere a Roma; che non volevo dipingere ma neppure non dipingere; che non volevo stare sveglio ma neppure dormire; che non volevo fare l'amore ma neppure non farlo; e così via. Dico sentivo, ma dovrei dire piuttosto che provavo ripugnanza, ribrezzo, orrore.
In realtà, come pensavo qualche volta, io non volevo tanto morire quanto non continuare a vivere in questo modo.
